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Il femminicidio. Le norme nazionali e internazionali - Ruini & Partners
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Il femminicidio. Le norme nazionali e internazionali

Il femminicidio. Le norme nazionali e internazionali

«Il femminicidio implica norme coercitive, politiche predatorie e modi di convivenza alienanti che, nel loro insieme, costituiscono l’oppressione di genere, e nella loro realizzazione radicale conducono alla eliminazione materiale e simbolica delle donne e al controllo del resto. Per fare in modo che il femminicidio si compia nonostante venga riconosciuto socialmente e senza perciò provocare l’ira sociale, fosse anche della sola maggioranza delle donne, esso richiede una complicità ed un consenso che accetti come validi molteplici principi concatenati tra loro: interpretare i danni subiti dalle donne come se non fossero tali, distorcerne le cause e motivazioni, negarne le conseguenze. Tutto ciò avviene per sottrarre la violenza contro le donne alle sanzioni etiche, giuridiche e giudiziali che invece colpiscono altre forme di violenza, per esonerare chi esegue materialmente la violenza e per lasciare le donne senza ragioni, senza parola, e senza gli strumenti per rimuovere tale violenza. Nel femminicidio c’è volontà, ci sono decisioni e ci sono responsabilità sociali e individuali.»

(Marcela Lagarde, Identidades de género y derechos humanos. La construcción de las humanas, VII curso de verano, Educación, democracia y nueva ciudadanía, Universidad Autónoma de Aguascalientes, 1997, dal sito della Cátedra UNESCO de Derechos Humanos de la UNAM.)

Il termine è stato ripreso da studi di diritto, sociologia, antropologia, criminologia e utilizzato negli appelli internazionali
Nell’ordinamento penale italiano il termine ha fatto la sua comparsa con il decreto legge 14 agosto 2013, n. 93 (convertito nella legge 15 ottobre 2013, n. 119) recante “Nuove norme per il contrasto della violenza di genere che hanno l’obiettivo di prevenire il femminicidio e proteggere le vittime”. L’incidenza del fenomeno in Italia nel periodo 2004-2015 è di 0,51 morti per 100.000 donne residenti, il valore più basso tra tutti i 32 paesi europei e nordamericani del citato rapporto UNODC, un dato inferiore alla metà della media dei 32 paesi osservati (1,23 su 100.000). Il dato italiano è il migliore anche per ciò che riguarda i femminicidi di cui è autore il partner o l’ex partner, con un’incidenza di 0,23 uccisioni ogni 100.000 donne residenti, minore della metà del dato medio riferito ai dodici paesi per cui erano disponibili dati confrontabili.

La Polizia Italiana ha pubblicato degli opuscoli informativi denominati …Questo non è amore. Da essi emerge che l’incidenza percentuale delle vittime di sesso femminile dei reati di violenza di genere è cresciuta dal 67,90% del 2016 ad oltre il 70% negli anni 2018-2019. I dati sono ulteriormente cresciuti durante la pandemia del COVID-19

Una ricostruzione delle vittime tra il 2000 e il 2011 è stata operata anche da EURES e ANSA con l’indagine “Il femminicidio in Italia nell’ultimo decennio”. Dal 2005 la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna raccoglie i dati delle donne uccise dai casi riportati dalla stampa e pubblica annualmente i rapporti online.

Nel giugno 2013, il parlamento italiano ha ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e nell’agosto 2013 il governo Letta ha emanato il decreto legge 93/2013, poi convertito nella legge 15 ottobre 2013 n. 119, contenente norme penali che aggravano le ipotesi di atti persecutori od omicidio contro il coniuge o il convivente, sia quando l’omicida è donna sia quando si tratta di un uomo, tramite specifiche aggravanti dei reati.

 

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